Realizzazioni

1.

Alla fine di aprile del 2003 è stato effettuato un primo sopralluogo, che ha evidenziato alcuni aspetti della situazione di un Paese dove c’è veramente moltissimo da fare. Bastano pochi dati per rendersene conto.

In Etiopia operano poco meno di 1.500 organizzazioni, dalle più piccole alle più grandi, tipo ONU ed UNICEF, eppure la povertà continua ad aumentare. Ciò significa che in questo tipo di aiuti c’è qualcosa che non funziona. La macchina degli aiuti è lentissima ad avviarsi ed altrettanto lenta ad arrestarsi.

Quando gli aiuti, per esempio quelli alimentari,  non servono più, continuano ad arrivare, ma non c’è modo di conservarli (manca la corrente e quindi i frigoriferi e non ci sono silos); finiscono così  per essere venduti al mercato nero. Chi decide sul tipo di aiuti e sulla loro destinazione in genere vive nella capitale e poco sa della realtà della gente che si va ad aiutare.

2.

Nell’aprile 2004 è stato effettuato un secondo sopralluogo; nell’incontro con  le autorità locali e i capi scout è stata fatta  una prima valutazione delle necessità, ma soprattutto ci si è resi conto che il primo, vero obiettivo  è quello di conquistare la fiducia della gente del luogo, nella conoscenza reciproca e nella consapevolezza di assumersi un impegno di grande portata e di lungo respiro. Dai capi scout è venuta la richiesta di dare inizio al progetto Harambee Etiopia con la creazione di una base a Gassa-Chare.

3.

L’inizio operativo del progetto Harambee Etiopia  è stato segnato dal campo del clan di Bergamo 3, svoltosi dal 27 luglio al 21 agosto 2004.

Il gruppo di volontari era composto da  quattro adulti con esperienza pluriennale in Kenya e 17 ragazzi del clan del Bergamo3.  Le attività sono state pesantemente condizionate dalle condizioni atmosferiche: le piogge quotidiane lunghe e abbondanti hanno trasformato il campo in un pantano; ma nonostante tutto i  volontari hanno portato a termine quasi tutti i lavori programmati.

Come previsto, il clan si è rivolto prima di tutto ai bambini. Una delle caratteristiche dell’Etiopia è la presenza di un numero incredibile di bambini (se ne trovano, a nugoli, dappertutto!) e la loro gioia, i loro sorrisi, sono uno dei più bei ricordi che ci si porta a casa. A loro i volontari si sono  rivolti per primi, per giocare insieme, (secondo il metodo scout il gioco insegna valori precisi) e il clan di Bergamo si è impegnato a fondo con due appuntamenti giornalieri di oltre due ore.

In generale durante il campo si è creato un clima disteso ed è emersa una serie di progetti già in corso di elaborazione da parte di un gruppo di giovani e di adulti del luogo, riuniti in un comitato.

Certo la specificità del progetto Harambee imporrà limiti e scelte, ma è importante valutare le esigenze e le priorità presentate da questo comitato:

•   AIDS (che nella zona è molto sotto la media nazionale): per contrastarlo vorrebbero una presenza qualificata che si occupasse di prevenzione e informazione;

•   ORFANI (conseguenza dell’AIDS): per ora sono 36, dai 3 ai 16 anni, che vivono dove capita, spesso in capanne abbandonate, come possono, perché in genere non hanno più nessun parente e sono considerati  “infetti”;

•   RIFORESTAZIONE (rappresenterebbe un segnale di inversione di tendenza): per creare zone d’ombra dove stare, una sorta di micro-giardini pubblici, usando piante endemiche;

•   ATTIVITA’ SPORTIVE per i ragazzi, anche usando il metodo scout che riconosce il valore del gioco per i giovani in via di formazione, con i suoi contenuti di lealtà, di rispetto delle regole, di sacrificio, di impegno,  di risultati di squadra.

Il problema acqua è stato solo sfiorato (vista l’abbondanza delle precipitazioni nel periodo del campo), ma li riguarda e ci riguarderà per gli altri nove mesi dell’anno, perché durante le piogge abbiamo potuto attaccarci al pozzo del villaggio, ma negli altri periodi ciò non sarà probabilmente possibile e, visti i costi per scavarne uno nuovo, non c’è che fare degli sforzi di fantasia per trovare una soluzione praticabile. Non sarà facile, perché la falda acquifera si trova fra 170 e 180 metri di profondità, ma l’unico pozzo costringe soprattutto le donne e le bambine a percorrere tra andata e ritorno 8/10 km. per far provvista dell’acqua necessaria al quotidiano uso domestico. Il villaggio, infatti, si snoda per circa 6 km lungo lo sterrato che da Sodo raggiunge Tarcha.

Con la presenza e il lavoro i partecipanti al Campo di luglio hanno comunque “segnato ” l’occupazione del terreno affidato, dove qualcosa, che prima non c’era, si comincia a vedere:

•   il serbatoio dell’acqua da 2.500 litri collegato al pozzo del villaggio con un tubo di circa 200 metri, che alimenta cucina e servizi;

•   la casa in lamiera (circa 50 mq) con cucina, dispensa/magazzino e sala multiuso;

•   il gruppo servizi (con vasca biologica) composto da 4 docce, 4 wc, 6 rubinetti per lavarsi e una vasca per lavare i panni; è già stato usato ma è ancora da ultimare;

•   la recinzione, appena iniziata (fatti circa 10 m);

•   i cancelli, uno pedonale da un metro e uno carraio scorrevole da quattro metri.

Quanto è stato possibile costruire, che è il minimo per poterci vivere, è stato interpretato come segno di una volontà precisa di tornare per cementare l’ amicizia, crescere insieme e insieme trovare risposte adeguate alle competenze e ai bisogni della popolazione locale.